martedì 10 gennaio 2012

TEATRO: A L'AQUILA IN SCENA "ITALY. SACRO ALL'ITALIA RAMINGA"

Un evento da non perdere per la Stagione Teatrale Aquilana, organizzata dal Teatro Stabile d'Abruzzo e dall'Atam. Venerdi' 13 gennaio, alle ore 21,00 , presso l'auditorium della Guardia di Finanza dell'Aquila, va in scena "Italy. Sacro all'Italia raminga" con Giuseppe Battiston, attore in continua ascesa nel panorama cinematografico italiano, gia' Premio Ubu, Pegaso d'Oro (Premio Flaiano), David di Donatello e Ciak d'oro come miglior attore non protagonista, e Gianmaria Testa, cantautore tra i piu' colti avvezzo alle collaborazioni con attori del calibro di Paolo Rossi e Marco Paolini, e con lo scrittore Erri De Luca. Tornano di nuovo insieme per raccontare l'Italia e le migrazioni del secolo scorso e lo faranno attraverso la poesia e le parole di Giovanni Pascoli, ma anche attraverso la musica e le canzoni dello stesso Gianmaria Testa che al tema delle migrazioni contemporanee ha dedicato un intero album, "Da questa parte del mare".

"Italy. Sacro all'Italia raminga" e' un poema scritto da Pascoli nel 1904, composto da due canti per un totale di 450 versi. Ispirato ad una vicenda realmente accaduta ad un amico del poeta, ha come sottotitolo "Sacro all' Italia raminga", e narra le vicende di una famiglia di emigranti. Protagoniste della vicenda sono una bimba nata oltreoceano (in America) portata in Italia, a Caprona, dagli zii per curare la tisi, e sua nonna che la accudisce. Vicenda personale a parte, Pascoli racconta in realta' le condizioni di un'Italia lontana nella storia e nella memoria; un'Italia che sotto la morsa della poverta' lascia andare i suoi figli per il mondo in cerca di piu' fortuna; un'Italia che si lascia abbandonare perche' incapace di accudire tutti i suoi figli: li manda lontano a edificare un nuovo mondo a confrontarsi con una societa' che non li vuole e che li vede stranieri in ogni luogo "orfani del mondo". Un'Italia personificata, che si arrabbia, piange, si dispera e talvolta riesce a provare pena. Pascoli ci parla di un ritorno. Gli emigrati confondono la loro lingua d'origine e non sanno piu' esprimersi, se non in dialetto, ma americanizzato, che rende difficile la comunicazione, che pone distanze e che acuisce questo senso di emarginazione; i ricordi del loro piccolo paese vengono sostituiti da nuovi ricordi, piu' grandi: l'America, un'enorme macchina che li accoglie nel suo ingranaggio, dove ognuno ha una possibilita'.

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